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avvocato difensore: allontanamento ingiustificato: Evasione arresti domiciliari

Con pronuncia emessa alla fine del giudizio abbreviato soggetto all’ottenimento di documentazione il Tribunale di Ca... dichiarava l’assoluzione per inesistenza del fatto E.B. dal delitto di evasione dalla condizione cautelare degli arresti domiciliari, ascrittogli perché non rinvenuto alle ore 10:50 del 13.5.2006 nel panificio di Ca... ove era stato legittimato a svolgere la propria professione dalle ore 23:30 alle ore 11:50 tutti i giorni, avendo il responsabile del negozio detto agli ufficiali di p .g. proseguenti che il B. arrivato in orario sul posto di lavoro la sera del trascorso 5.7.2006, si era dopo poco tempo spostato a bordo di un motorino senza ritornare più.

Il Tribunale giustificava l’assoluzione dell'accusato sulla base del motivo che gli agenti, in contemporaneità con la verificata mancanza del soggetto dal posto di lavoro, non avevano eseguito ispezioni per accertare la presenza del B. nella propria casa, considerato che - secondo l’organo decisore - "il permesso a spostarsi dalla casa per esercitare la professione per un prestabilito numero di ore non può essere inteso come dovere di andare al lavoro, per cui sussiste, nel caso opposto, l'onere di non uscire dalla propria casa indicato nel provvedimento di imposizione dell’ordinanza".

 Pronunciandosi sul ricorso del Procuratore Generale di Ca..., la Corte di Appello di Ca... con la pronuncia del 18.7.2010, segnalata in calce, lo ha accettato, ribaltando il giudizio di primo grado, ha giudicato il B. responsabile del relativo illecito di evasione domiciliare, punendolo alla pena di sei mesi di carcere.

Pronuncia di colpevolezza del prevenuto basata sull’idea, confacente alle salde prescrizioni della giurisprudenza di questa S.C., dell’inconsistenza, data la comprovata mancanza dell'accusato dal posto di lavoro in orario in cui avrebbe dovuto esservi, della non avvenuta ispezione della probabile presenza al proprio domicilio del B. alla medesima ora.

Il permesso concesso dal magistrato all’accusato sottoposto ad arresti domiciliari, per potersi assentare dalla sua casa per esercitare in un altro luogo la propria professione provoca, difatti, solo il cambiamento del posto di realizzazione del provvedimento cautelare domestico.

Con il naturale effetto che la trasgressione del dovere di restare sul luogo di lavoro “legittimato” completa il delitto di evasione. Ciò ancor più nel caso in cui si considera che il B. non aveva richiesto alcun permesso per allontanarsi nella notte tra il 9 e il 10 agosto 2005 dal panificio in cui avrebbe dovuto svolgere il proprio lavoro (e dove si era realmente recato), né ha dato alcuna eventuale spiegazione in rapporto al suo spostamento.

 Contro la sentenza di appello ha avanzato ricorso per cassazione il legale dell’accusato, lagnando la scorretta attuazione dell'art. 385 co. 3 c.p, e la mancanza della giustificazione per stravolgimento delle necessità processuali. La misura giudiziaria che autorizzava la professione al di fuori della casa intimava al B. il rapido ritorno a casa una volta trascorso il previsto orario di allontanamento.

In modo sbagliato la Corte di Appello ha dichiarato la colpevolezza dell’accusato sebbene mancassero le informazioni indiziarie che avrebbero permesso di considerare che l’accusato, spostatosi dal posto di lavoro, non fosse invece rientrato a casa.

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La pronuncia di appello immette nella definizione dell’episodio un fattore esterno al caso concreto, rappresentato da un congetturato obbligo di comunicare la motivazione dello spostamento dal posto di lavoro che spettava all’accusato, così imbrogliando il permesso concesso all’accusato di andare sul posto di lavoro e l’onere di andarvi piuttosto che restare in casa.

La pronuncia di appello rovescia l'obbligo della prova dalla calunnia all' accusato, laddove pesava solo sull' accusa l'obbligo di comprovare la simultanea mancanza del B. dal posto di lavoro e dalla propria casa. 4.

Il ricorso elaborato a vantaggio di E .B. va ritenuto inaccettabile per evidente inconsistenza dei chiariti e solo assertivi controlli, estranei a una reale interpretazione critica delle spiegazioni date nella discussa sentenza di secondo grado. Invero con adeguato iter di valutazione la Corte territoriale sarda ha messo in evidenza l'irrilevanza della situazione, per errore fatta risaltare dalla sentenza di assoluzione di primo grado del non avvenuto controllo della probabile ed eventuale presenza nella propria abitazione del B. invece del consueto esercizio della esterna, cui era stato legittimato dal magistrato della cautela domiciliare. Per il solo motivo che, il comprovato spostamento basta di per sé a completare l'ascritto illecito di evasione ex art. 385 co. 3 c.p. senza il bisogno di altre verifiche di p.g. .

La condotta del recluso (inquisito, incriminato o punito) sottoposto agli arresti domiciliari che si sposti dal posto in cui è legittimato a esercitare la professione per delle ore predefinite completa, difatti, il delitto di evasione, dato che il suddetto permesso al lavoro non basta ad annullare o, ancor meno, a determinare la sospensione del particolare regime di custodia domestica.

Essa cambia solo il posto determinato in cui l’accusato è sottomesso agli arresti domiciliari.

Posto che il soggetto non può lasciare quando vuole, anche se soltanto per rientrare a casa prima dell’istante in cui finisce il permesso all’esercizio professionale, o rientrando sul posto di lavoro (prima della fine dell' orario "esterno"), dopo essere mancato per sua non autorizzata e non regolare decisione.

Il permesso al lavoro esterno alla dimora immette solo una differente dislocazione del luogo di esecuzione del provvedimento cautelare (o espiativo) domiciliare, che non produce cambiamenti in merito all’onere di costante presenza del recluso nel luogo "esterno", così come dell' onere che pesa su di lui in caso di non ottenuto permesso di allontanarsi dall’abitazione.

Con la chiara conseguenza, dunque, che -come spesso dichiarato dai giudici di legittimità- la violazione priva di motivi esoneranti del dovere di costante presenza sul luogo di lavoro legittimato completa il reato di evasione e non la semplice violazione delle norme stabilite e proprie del provvedimento cautelare domiciliare semmai punibile ex art. 276 c.p.p. (cfr.: Cass. Sez. 6, 8.2.2005 n. 10082, Cuccu, rv. 231177; Cass. Sez. 6, 18.11.2005 n. 44977, Ruggero, rv. 233507; Cass. Sez. 6, 14.1.2005 n. 3882, P.G. in proc. Diema, IV. 245811).